Caregiver e malattia psichiatrica

Lo psicologo, nel suo lavoro, è se stesso con il suo linguaggio. Una delle capacità più importanti dello psicologo sta nel condividere ed interpretare le esperienze dell’altro. Nel caso della patologia psichiatrica questo ruolo è condiviso con i parenti della persona presa in cura, che sono i primi “operatori” sul campo.
Dal giorno in cui la patologia emerge nella sua forma, si stabilisce un punto di non ritorno: da quel momento in poi i parenti diventano il primo personale sanitario che si occupa continuamente della persona in difficoltà. È doveroso quindi capire quali possano essere gli strumenti per far svolgere nel miglior modo possibile questo difficile “lavoro”.
Nel paziente è presente un malessere che potremmo definire oggettivo, legato alla gravità dei sintomi, ed uno soggettivo, che dipende da come viene vissuta la patologia. È tra queste due forme di malessere che bisogna trovare un equilibrio.
Quali possono essere le condizioni per fronteggiare la patologia? È importante che si acquisiscano degli elementi chiari della patologia presente: ci sono infatti pazienti che si ritirano socialmente nel silenzio ed altri che si agitano ogni volta che viene rotto un equilibrio, generando anche comportamenti aggressivi.
Uno dei punti di partenza è trovare un’alleanza con il paziente, per evitare la situazione di squilibrio. La comunicazione in tal senso deve sempre tenere in considerazione che è fondamentale dare dei messaggi che contengano una riserva di speranza. Esiste un modo, diverso in ogni situazione, per comprendersi a vicenda, per interpretare il mondo dell’altro e porsi verso la risoluzioni del problema. Adottare questo atteggiamento permette di avere un schema di riferimento che consente di orientarsi anche durante una situazione di conflitto.
Un altro aspetto fondamentale è la co-responsabilità: il caregiver non deve occuparsi totalmente della persona in difficoltà, ma dove è possibile egli va coinvolto in attività quotidiane necessarie alla famiglia. La presa in carico totale, toglie il senso di responsabilità e la progettualità dell’individuo, riducendo la persona alla sua malattia.

  1. Davidson, autore del libro “Living outside mental illness”, espone i risultati di una ricerca durata 20 anni, nella quale cerca di rispondere alla domanda relativa a come sia possibile che alcuni pazienti con diagnosi di schizofrenia possano vivere una vita soddisfacente, mentre altri proseguano lungo un percorso nettamente più difficile. La sintesi della ricerca è riportata in 10 punti definititi “criteri di guarigione”, proposti direttamente dai pazienti:
 
  1. Definirsi in modo diverso da un malato mentale;
  2. Superare la propria malattia;
  3. Superare la vergogna e l’inibizione che accompagna la malattia;
  4. Ritrovare la speranza;
  5. Riprendere il controllo della malattia;
  6. Esercitare liberamente il diritto di cittadinanza;
  7. Adattarsi rispetto ai sintomi residui;
  8. Ingannarsi in una qualsiasi forma di attività;
  9. Sentirsi accettato e sostenuto dagli altri;
  10. Essersi trovato un ruolo, un’utilità sociale, una fede, ecc; in breve una causa per la quale agire e vivere.
 
Su questi 10 criteri è utile soffermarsi e constatare che le cose importanti sono sempre le stesse per tutti, quelle che tutti a proprio modo dovrebbero avere per poter godere di una qualità di vita adeguata.
http://www.daseinpsicologiaedespereinza.it/2018/02/26/caregiver-e-malattia-psichiatrica/